
L’uomo ha sempre proiettato sugli insetti paure, simboli e significati che vanno ben oltre la loro reale natura biologica. Creature piccole, spesso numerose, talvolta notturne o dotate di morfologie insolite, gli insetti si sono prestati più di qualsiasi altro gruppo animale a diventare veicolo di superstizioni, presagi e interpretazioni occulte. Tuttavia, quando si osserva il mondo entomologico con uno sguardo scientifico, emerge una distanza netta tra ciò che il folklore racconta e ciò che la biologia spiega. Comprendere questa distanza non significa negare il valore culturale dei miti, ma restituire agli insetti il loro statuto reale di organismi adattati, efficienti e spiegabili.
Nel folklore europeo e non solo, gli insetti sono stati spesso associati a eventi negativi: carestie, malattie, morte, sfortuna. Lo scarafaggio è simbolo di degrado, la falena di morte imminente, la vespa di aggressività gratuita, la formica di un lavoro disumano e incessante. In molte culture, la comparsa improvvisa di grandi quantità di insetti viene interpretata come un segnale, un presagio o una punizione. Queste narrazioni si sono consolidate in epoche in cui le conoscenze biologiche erano limitate e i fenomeni naturali venivano spiegati attraverso categorie morali o spirituali. L’insetto, invisibile per gran parte della sua vita e improvvisamente presente in massa, diventava il candidato ideale per incarnare l’ignoto.
La realtà entomologica, tuttavia, racconta una storia completamente diversa. Gli insetti non agiscono secondo intenzioni simboliche, né rispondono a logiche morali. Ogni loro comportamento osservabile è il risultato di pressioni selettive, adattamenti evolutivi e vincoli fisiologici. La cosiddetta “invasione” di insetti non è altro che un’esplosione demografica legata a condizioni ambientali favorevoli; l’apparente aggressività di alcune specie è una risposta difensiva o territoriale; la presenza in ambienti degradati è una conseguenza ecologica, non una causa. Dove il folklore vede un messaggio, la biologia individua una relazione causa-effetto.
Un esempio emblematico è quello degli insetti associati alla morte. Mosche, coleotteri necrofagi e falene notturne sono spesso percepiti come “messaggeri” o “compagni” del decesso. In realtà, questi insetti svolgono funzioni ecologiche fondamentali: la decomposizione della materia organica, il riciclo dei nutrienti, il controllo microbico. La loro presenza non annuncia la morte, ma segue processi chimici e biologici ben precisi. La confusione nasce dal fatto che l’uomo tende a interpretare la coincidenza temporale come causalità simbolica.
Il folklore si è sviluppato anche attorno al veleno degli insetti, spesso considerato come un elemento occulto o magico. Punture e morsi sono stati demonizzati, trasformati in strumenti di punizione o maledizione. La scienza mostra invece che i veleni sono sistemi biochimici altamente specializzati, evoluti per difesa o predazione. Alcuni di essi, paradossalmente, trovano oggi applicazione in campo medico e farmacologico, ribaltando completamente la narrativa tradizionale che li vedeva esclusivamente come strumenti di danno.
Ma perché il mito nasce proprio sugli insetti e non, ad esempio, sui mammiferi? La risposta risiede in una combinazione di fattori cognitivi e percettivi. Gli insetti sono piccoli ma numerosissimi, spesso difficili da osservare singolarmente, dotati di cicli vitali complessi e metamorfosi radicali. Queste caratteristiche sfidano l’intuizione umana, che fatica a riconoscere continuità e identità in organismi che cambiano forma. Inoltre, molte specie operano di notte o in ambienti nascosti, alimentando l’associazione con ciò che è invisibile e quindi temuto. Il folklore non è altro che un tentativo primitivo di dare ordine a questa complessità.
È importante sottolineare che smontare il folklore non significa deriderlo. Il mito è una risposta culturale a un’assenza di strumenti interpretativi. Tuttavia, continuare a perpetuarlo oggi, quando le conoscenze entomologiche sono ampiamente disponibili, significa ostacolare la comprensione reale del mondo naturale. La divulgazione scientifica ha il compito di sostituire la paura con la conoscenza, senza negare la storia culturale che ha prodotto quelle paure.
In questo senso, distinguere tra folklore entomologico e realtà biologica diventa un atto di responsabilità. Significa restituire agli insetti il loro ruolo ecologico, liberarli da significati che non gli appartengono e, allo stesso tempo, educare l’uomo a riconoscere i propri meccanismi di proiezione simbolica. Gli insetti non sono presagi, non sono messaggeri, non sono entità occulte: sono organismi straordinariamente adattati, che esistono indipendentemente dalle narrazioni che l’uomo costruisce su di loro.
La vera conoscenza non elimina il fascino, ma lo sposta. Dove prima c’era paura, oggi può esserci comprensione. Dove c’era superstizione, oggi può esserci meraviglia informata. Ed è proprio in questo passaggio, dal mito alla biologia, che si colloca una divulgazione entomologica matura, sana e necessaria.

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