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Capitolo 3 — Gli insetti come sintomi, non come cause

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Italiano

Nel dibattito pubblico e tecnico, la presenza massiccia di insetti viene spesso interpretata come la causa primaria del degrado ambientale o del danno economico osservato. Questa lettura, apparentemente intuitiva, è in realtà il risultato di una semplificazione concettuale che confonde la manifestazione visibile di un problema con la sua origine. In ecologia, tale confusione porta a interventi inefficaci o addirittura controproducenti.

Gli insetti che proliferano in ambienti degradati non generano il disturbo: lo intercettano. Essi rispondono a segnali ambientali precisi — stress fisiologico delle piante, accumulo di biomassa morta, riduzione dei competitori, alterazioni microclimatiche — che indicano una perdita di equilibrio del sistema. La loro presenza, spesso spettacolare dal punto di vista numerico, rappresenta quindi una fase avanzata di un processo già in atto, non il suo innesco.

Questa distinzione è fondamentale. In un ecosistema funzionale, gli insetti fitofagi, xilofagi o detritivori sono sempre presenti, ma raramente raggiungono densità tali da attirare l’attenzione umana. Quando ciò accade, significa che i meccanismi di regolazione ecologica — predazione, parassitismo, competizione, resistenza delle piante ospiti — sono stati compromessi. L’insetto non è l’elemento destabilizzante, bensì l’organismo che meglio sfrutta una destabilizzazione preesistente.

La tendenza a considerare l’insetto come “nemico” deriva in gran parte da una prospettiva antropocentrica, nella quale il valore di un organismo viene misurato esclusivamente in base al suo impatto sulle attività umane. In questo quadro, l’insetto diventa colpevole perché rende visibile un danno che, in realtà, ha origini strutturali più profonde: gestione errata del territorio, semplificazione degli ecosistemi, perdita di diversità biologica.

Dal punto di vista ecologico, la proliferazione di insetti opportunisti può essere interpretata come una risposta compensatoria. In ambienti in cui la decomposizione, il riciclo dei nutrienti o il turnover della biomassa sono rallentati o alterati, questi organismi accelerano processi fondamentali. Il problema emerge quando tali processi avvengono in modo squilibrato, non perché l’insetto sia “eccessivo”, ma perché il sistema non è più in grado di assorbirne l’effetto.

Intervenire eliminando l’insetto senza correggere le cause del disturbo equivale a sopprimere un sintomo senza curare la patologia. Nel breve termine, tale strategia può ridurre l’impatto visibile, ma nel medio e lungo periodo tende ad aggravare la fragilità dell’ecosistema, rendendolo ancora più dipendente da interventi esterni.


English

In both public and technical discourse, the massive presence of insects is often interpreted as the primary cause of environmental degradation or observed economic damage. This seemingly intuitive interpretation is actually the result of a conceptual oversimplification that confuses the visible manifestation of a problem with its origin. In ecology, such confusion leads to ineffective or even counterproductive interventions.

Insects that proliferate in degraded environments do not generate disturbance: they intercept it. They respond to precise environmental signals — plant physiological stress, accumulation of dead biomass, reduction of competitors, microclimatic alterations — that indicate a loss of system balance. Their often striking numerical presence therefore represents an advanced stage of an ongoing process, not its initial trigger.

This distinction is fundamental. In a functional ecosystem, phytophagous, xylophagous, or detritivorous insects are always present, but rarely reach densities that attract human attention. When they do, it indicates that ecological regulatory mechanisms — predation, parasitism, competition, host plant resistance — have been compromised. The insect is not the destabilizing element, but the organism that most efficiently exploits a pre-existing destabilization.

The tendency to frame insects as “enemies” largely stems from an anthropocentric perspective, in which an organism’s value is measured exclusively by its impact on human activities. Within this framework, insects become culpable because they render visible damage that, in reality, originates from deeper structural causes: poor land management, ecosystem simplification, and loss of biological diversity.

From an ecological standpoint, the proliferation of opportunistic insects can be interpreted as a compensatory response. In environments where decomposition, nutrient cycling, or biomass turnover are slowed or altered, these organisms accelerate fundamental processes. The issue arises when such processes occur in an unbalanced manner, not because the insect is “excessive”, but because the system is no longer capable of absorbing their effects.

Eliminating insects without addressing the causes of disturbance is equivalent to suppressing a symptom without treating the underlying pathology. In the short term, such a strategy may reduce visible impact, but in the medium and long term it tends to exacerbate ecosystem fragility, making it increasingly dependent on external intervention.


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