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Lepidotteri delle stazioni ferroviarie abbandonate: micro-rifugi entomologici in ambienti artificiali

🇬🇧🇦🇹🇬🇧🇦🇹🇬🇧🇦🇹 🇮🇹 Versione italiana – stile tesi Le stazioni ferroviarie abbandonate rappresentano uno degli ambienti più trascurati dall’entomologia applicata, eppure costituiscono veri e propri laboratori ecologici a cielo aperto. Non sono più infrastrutture funzionanti, ma non sono nemmeno ambienti naturali nel senso classico: si collocano in una zona intermedia, dove…


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🇮🇹 Versione italiana – stile tesi

Le stazioni ferroviarie abbandonate rappresentano uno degli ambienti più trascurati dall’entomologia applicata, eppure costituiscono veri e propri laboratori ecologici a cielo aperto. Non sono più infrastrutture funzionanti, ma non sono nemmeno ambienti naturali nel senso classico: si collocano in una zona intermedia, dove l’assenza di gestione intensiva consente alla biodiversità di riorganizzarsi secondo dinamiche spontanee ma fortemente selettive.

Dal punto di vista dei Lepidotteri, questi spazi offrono una combinazione rara di elementi: superfici mineralizzate che accumulano calore, vegetazione ruderalizzata ricca di piante nutrici, muri e manufatti che creano microclimi differenziati, e soprattutto continuità temporale, spesso superiore a quella di molti ambienti agricoli o urbani. In queste condizioni si formano comunità stabili, composte da specie capaci di tollerare stress termici, isolamento e discontinuità spaziale.

Le farfalle diurne sfruttano le aree aperte attorno ai binari dismessi, dove la vegetazione bassa e frammentata permette una termoregolazione efficace. Le falene notturne, invece, trovano rifugio nei fabbricati inutilizzati, sotto le tettoie, tra le fessure dei muri o lungo le scarpate ormai colonizzate da arbusti pionieri. Le luci residue, quando presenti, possono persino agire come attrattori temporanei, aumentando la concentrazione di individui in specifici punti dell’area.

Un aspetto cruciale è la mancanza di disturbo chimico. Le stazioni dismesse non sono soggette a trattamenti fitosanitari, diserbi sistematici o fertilizzazioni, fattori che rendono questi ambienti sorprendentemente più ospitali rispetto a molte aree “verdi” formalmente curate. La flora spontanea che si insedia è il risultato di una selezione naturale rigorosa, e proprio questa semplicità strutturale favorisce Lepidotteri specialisti, spesso assenti nei contesti agricoli moderni.

Dal punto di vista ecologico, le stazioni abbandonate funzionano come isole entomologiche, ma allo stesso tempo come nodi di una rete più ampia. La loro posizione lungo ex linee ferroviarie consente il collegamento con altri ambienti lineari, facilitando la dispersione e il mantenimento di flussi genetici. In paesaggi fortemente frammentati, questi siti diventano punti di resistenza biologica, capaci di rallentare la perdita di biodiversità locale.

Studiare i Lepidotteri delle stazioni ferroviarie abbandonate significa osservare la capacità degli insetti di reinterpretare lo spazio umano, trasformando strutture obsolete in habitat funzionali. Questi ambienti dimostrano che la biodiversità non richiede necessariamente interventi complessi, ma piuttosto tempo, continuità e assenza di pressioni eccessive. Ignorarli equivale a perdere una parte significativa della biodiversità invisibile che sopravvive ai margini del nostro paesaggio.


🇬🇧 English version

Abandoned railway stations are among the most overlooked environments in applied entomology, yet they function as true open-air ecological laboratories. No longer active infrastructures but not fully natural habitats either, they occupy an intermediate ecological space where the absence of intensive management allows biodiversity to reorganize through spontaneous yet highly selective processes.

From a Lepidoptera perspective, these sites offer a rare combination of features: mineral surfaces that retain heat, ruderal vegetation rich in host plants, walls and buildings creating diverse microclimates, and above all temporal continuity, often greater than that of many agricultural or urban green spaces. Under these conditions, stable communities emerge, composed of species able to tolerate thermal stress, isolation, and spatial discontinuity.

Diurnal butterflies exploit open areas around abandoned tracks, where fragmented low vegetation enables efficient thermoregulation. Nocturnal moths, in contrast, find shelter in unused buildings, under canopies, within wall crevices, or along embankments colonized by pioneer shrubs. Residual artificial lighting, when present, may even act as a temporary attractor, increasing local concentrations of individuals.

A key factor is the absence of chemical disturbance. Disused stations are not subject to herbicides, pesticides, or systematic fertilization, making them unexpectedly more hospitable than many formally managed “green” areas. The spontaneous flora that establishes itself results from strict natural selection, and this structural simplicity favors specialist Lepidoptera often missing from modern agricultural landscapes.

Ecologically, abandoned stations function as entomological islands, but also as nodes within a broader network. Their position along former railway lines allows connections with other linear habitats, facilitating dispersal and genetic flow. In highly fragmented landscapes, these sites act as biological strongholds, slowing local biodiversity loss.

Studying Lepidoptera in abandoned railway stations means observing how insects reinterpret human space, transforming obsolete structures into functional habitats. These environments demonstrate that biodiversity does not necessarily require complex interventions, but rather time, continuity, and freedom from excessive pressure. Ignoring them means overlooking a significant portion of the hidden biodiversity persisting at the margins of our landscapes.


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