
🇮🇹 Versione italiana
Nel contesto della gestione del verde urbano e agricolo, l’impiego di antiparassitari rappresenta uno degli aspetti più controversi e al tempo stesso più fraintesi dell’intero settore. Se da un lato questi strumenti continuano a essere fondamentali per il contenimento di organismi dannosi, dall’altro il loro utilizzo è sempre più regolamentato, limitato e sottoposto a un controllo sociale crescente.
La percezione comune tende a ridurre gli antiparassitari a una semplice dicotomia tra “bene” e “male”, ignorando la complessità del loro ruolo all’interno degli ecosistemi gestiti. In realtà, il loro impiego corretto richiede una conoscenza approfondita non solo delle sostanze utilizzate, ma anche delle dinamiche biologiche degli organismi target e delle interazioni con l’ambiente circostante.
Uno degli aspetti centrali riguarda la distinzione tra intervento necessario e intervento superfluo. In molti casi, soprattutto nel verde urbano, i trattamenti vengono eseguiti più per rispondere a una richiesta estetica o sociale che per una reale necessità agronomica. La presenza di insetti visibili, anche se non dannosi, può generare pressioni tali da spingere verso trattamenti non giustificati dal punto di vista tecnico.
Parallelamente, la normativa europea ha introdotto restrizioni sempre più stringenti. Direttive come la Direttiva 2009/128/CE hanno ridefinito completamente l’approccio al controllo dei parassiti, imponendo l’adozione della difesa integrata come standard operativo. Questo significa che l’utilizzo di prodotti chimici deve essere considerato l’ultima opzione, da applicare solo quando le altre strategie risultano insufficienti.
Dal punto di vista biologico, l’uso indiscriminato di antiparassitari comporta conseguenze rilevanti. Oltre all’impatto diretto sugli organismi target, si osserva frequentemente una riduzione della biodiversità funzionale, con effetti a cascata sugli equilibri ecologici. L’eliminazione dei predatori naturali può favorire la proliferazione di altre specie, generando nuovi problemi fitosanitari in un ciclo potenzialmente infinito.
Un esempio emblematico riguarda la gestione di insetti come Aphis gossypii o Tetranychus urticae, dove trattamenti ripetuti possono portare rapidamente allo sviluppo di resistenze. Questo fenomeno obbliga a utilizzare dosi maggiori o molecole più aggressive, aumentando ulteriormente l’impatto ambientale senza garantire risultati duraturi.
Per questo motivo, la tendenza attuale si orienta verso strategie più sostenibili. L’impiego di insetti utili, come Coccinella septempunctata, o di agenti biologici rappresenta una valida alternativa in molti contesti. Tuttavia, queste soluzioni richiedono tempi più lunghi e una maggiore competenza tecnica, rendendo necessario un cambiamento culturale oltre che operativo.
Nel verde urbano, inoltre, si aggiunge il problema della sicurezza pubblica. L’utilizzo di antiparassitari in aree frequentate da persone impone restrizioni ulteriori, legate alla tossicità, ai tempi di rientro e alla deriva dei prodotti. Questo limita fortemente la gamma di sostanze utilizzabili e richiede una pianificazione accurata degli interventi.
Un altro elemento cruciale è rappresentato dalla formazione professionale. L’uso corretto degli antiparassitari non può essere improvvisato e richiede aggiornamenti continui. Corsi specifici, certificazioni e conoscenze normative diventano strumenti indispensabili per operare in modo efficace e conforme alle leggi.
In prospettiva futura, il settore si muove verso una riduzione progressiva della chimica a favore di approcci integrati e tecnologie innovative. Sensori, monitoraggi digitali e modelli previsionali permettono di intervenire in modo più mirato, riducendo il numero di trattamenti e aumentando l’efficacia complessiva.
In conclusione, gli antiparassitari non sono destinati a scomparire, ma il loro ruolo è destinato a cambiare profondamente. Da soluzione standard diventeranno strumenti di precisione, da utilizzare con competenza e consapevolezza all’interno di strategie più ampie. Chi opera nel settore dovrà adattarsi a questo cambiamento, sviluppando nuove competenze e abbandonando approcci ormai superati.
🇬🇧 English version
In urban and agricultural green management, pesticides represent one of the most controversial and misunderstood aspects of the entire sector. While they remain essential tools for controlling harmful organisms, their use is increasingly regulated, restricted, and subject to growing public scrutiny.
Public perception often reduces pesticides to a simplistic “good versus bad” dichotomy, overlooking the complexity of their role within managed ecosystems. In reality, their proper use requires a deep understanding not only of the substances themselves but also of the biological dynamics of target organisms and their interactions with the surrounding environment.
A key issue is distinguishing between necessary and unnecessary interventions. In many cases, especially in urban settings, treatments are carried out more to meet aesthetic or social expectations than actual agronomic needs. The mere presence of visible insects, even when harmless, can lead to unjustified chemical applications.
At the same time, European regulations have introduced increasingly strict limitations. Policies such as the Direttiva 2009/128/CE have reshaped pest management by making integrated pest management the standard approach. This means that chemical solutions should be considered a last resort, used only when alternative strategies are insufficient.
From a biological standpoint, indiscriminate pesticide use has significant consequences. Beyond direct effects on target species, there is often a reduction in functional biodiversity, triggering cascading ecological imbalances. The elimination of natural predators can lead to secondary pest outbreaks, creating a cycle of dependency on chemical control.
This is particularly evident in the management of species such as Aphis gossypii and Tetranychus urticae, where repeated treatments can quickly lead to resistance development. As a result, stronger chemicals or higher doses become necessary, increasing environmental impact without ensuring long-term effectiveness.
Consequently, current trends favor more sustainable approaches. The use of beneficial insects, such as Coccinella septempunctata, and biological control agents offers viable alternatives in many scenarios. However, these methods require longer timeframes and greater technical expertise, demanding both operational and cultural changes.
Urban environments also introduce additional challenges related to public safety. The use of pesticides in areas frequented by people is subject to strict regulations regarding toxicity, re-entry intervals, and product drift. This significantly limits available options and requires careful planning.
Professional training is another critical factor. Proper pesticide use cannot be improvised and requires continuous education. Certifications, specialized courses, and regulatory knowledge are essential tools for operating effectively and legally.
Looking ahead, the sector is moving toward a progressive reduction in chemical reliance, favoring integrated strategies and innovative technologies. Sensors, digital monitoring, and predictive models enable more precise interventions, reducing treatment frequency while improving overall efficiency.
In conclusion, pesticides are not disappearing, but their role is evolving. From standard solutions, they are becoming precision tools to be used within broader, knowledge-based strategies. Professionals in the field must adapt to this shift by developing new skills and abandoning outdated practices.

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