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Guerra biologica invisibile: predatori, parassitoidi e collasso degli insetti autoctoni

🇦🇹🇬🇧🇦🇹🇬🇧🇦🇹 Versione italiana Nel dibattito contemporaneo sulle specie invasive, l’attenzione si concentra spesso sugli effetti diretti degli insetti alieni: danni alle colture, infestazioni urbane, disagi sanitari. Tuttavia, esiste una dimensione molto più profonda e meno visibile, che può essere definita a tutti gli effetti come una guerra biologica silenziosa, in…


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Versione italiana

Nel dibattito contemporaneo sulle specie invasive, l’attenzione si concentra spesso sugli effetti diretti degli insetti alieni: danni alle colture, infestazioni urbane, disagi sanitari. Tuttavia, esiste una dimensione molto più profonda e meno visibile, che può essere definita a tutti gli effetti come una guerra biologica silenziosa, in cui predatori e parassitoidi giocano un ruolo determinante nella ridefinizione degli equilibri ecologici.

Quando una specie aliena si stabilisce in un nuovo territorio, raramente arriva da sola. Spesso porta con sé, intenzionalmente o meno, una rete di relazioni biologiche: parassiti, simbionti, agenti patogeni. In altri casi, invece, incontra nel nuovo ambiente predatori locali che inizialmente non sono in grado di controllarla, ma che nel tempo possono adattarsi. Questo processo genera una dinamica complessa, fatta di pressioni selettive, adattamenti e, nei casi più critici, collasso delle specie autoctone.

Un esempio emblematico è rappresentato dalla diffusione di Halyomorpha halys, la cui espansione in Europa ha portato all’introduzione e alla diffusione del parassitoide Trissolcus japonicus. Questo imenottero, altamente specializzato, depone le proprie uova all’interno di quelle della cimice, impedendone lo sviluppo. Se da un lato ciò rappresenta una strategia efficace di controllo biologico, dall’altro apre interrogativi importanti: quale sarà l’impatto su altre specie di cimici autoctone? Si rischia una pressione selettiva non prevista?

La cosiddetta “guerra biologica invisibile” non è mai lineare. Gli equilibri tra specie non si ristabiliscono semplicemente sostituendo un elemento con un altro. Al contrario, si creano nuove gerarchie ecologiche, spesso instabili. In alcuni casi, i predatori autoctoni iniziano a sfruttare le specie invasive come nuova risorsa alimentare, modificando le proprie abitudini. Questo può portare a una riduzione della pressione su altre specie, con effetti a cascata difficili da prevedere.

Un altro caso significativo riguarda Cameraria ohridella, minatore fogliare dell’ippocastano. Inizialmente privo di nemici naturali nei nuovi territori, ha causato danni estesi. Tuttavia, nel tempo, alcuni predatori locali hanno iniziato a includerlo nella loro dieta, riducendone parzialmente l’impatto. Questo fenomeno dimostra come gli ecosistemi possano reagire, ma con tempi spesso incompatibili con le esigenze della gestione urbana.

Il problema principale risiede nella velocità. Le specie invasive si diffondono rapidamente, mentre gli adattamenti ecologici richiedono anni, se non decenni. In questo intervallo temporale si verifica la fase più critica: quella del collasso. Le specie autoctone, prive di difese efficaci, subiscono una pressione che può portarle a una drastica riduzione o addirittura all’estinzione locale.

Dal punto di vista operativo, questo scenario impone una riflessione profonda sull’uso del controllo biologico. L’introduzione di parassitoidi esotici deve essere valutata con estrema cautela, considerando non solo l’efficacia immediata, ma anche le conseguenze a lungo termine sugli ecosistemi. Non esiste una soluzione semplice: ogni intervento modifica un equilibrio già fragile.

Nel contesto urbano, dove gli ecosistemi sono già fortemente alterati, queste dinamiche risultano amplificate. La frammentazione degli habitat, la ridotta biodiversità e la presenza costante di fattori di disturbo rendono più difficile il raggiungimento di nuovi equilibri stabili. Di conseguenza, la gestione degli insetti alieni non può limitarsi al contenimento diretto, ma deve includere una visione sistemica.

La “guerra biologica invisibile” è, in definitiva, una lotta per lo spazio ecologico. Non si tratta semplicemente di eliminare una specie indesiderata, ma di comprendere e gestire le relazioni che essa innesca. Solo attraverso un approccio integrato, basato su monitoraggio continuo, conoscenza scientifica e interventi mirati, è possibile evitare che questa guerra silenziosa porti a un impoverimento irreversibile della biodiversità.


English Version

Invisible biological warfare: predators, parasitoids, and the collapse of native insect populations

In the contemporary discussion on invasive species, attention is often focused on the direct effects of alien insects: crop damage, urban infestations, and public health concerns. However, there is a deeper and less visible dimension that can be defined as a true invisible biological war, where predators and parasitoids play a crucial role in reshaping ecological balances.

When an alien species establishes itself in a new territory, it rarely arrives alone. It may carry parasites, symbionts, or pathogens, or it may encounter local predators that initially fail to control it but gradually adapt. This process creates complex dynamics driven by selective pressures, adaptation, and, in extreme cases, the collapse of native species.

A notable example is the spread of Halyomorpha halys, which in Europe has led to the introduction of the parasitoid Trissolcus japonicus. This highly specialized wasp lays its eggs inside stink bug eggs, preventing their development. While this represents an effective biological control strategy, it also raises critical questions: what will be the impact on native stink bug species? Could unintended selective pressures emerge?

This “invisible biological warfare” is never linear. Ecological balances are not restored by simply replacing one species with another. Instead, new and often unstable hierarchies emerge. In some cases, native predators begin exploiting invasive species as a new food source, altering their behavior. This can reduce pressure on other species, triggering cascading effects that are difficult to predict.

Another significant case involves Cameraria ohridella. Initially free from natural enemies in newly colonized areas, it caused widespread damage. Over time, however, some native predators incorporated it into their diet, partially mitigating its impact. This demonstrates that ecosystems can respond, but often too slowly to meet urban management needs.

The core issue is speed. Invasive species spread rapidly, while ecological adaptations require years or even decades. During this critical interval, native species may experience severe pressure, leading to population collapse or local extinction.

From an operational perspective, this scenario demands careful consideration of biological control strategies. The introduction of exotic parasitoids must be evaluated not only for immediate effectiveness but also for long-term ecological consequences. There is no simple solution: every intervention alters an already fragile balance.

In urban environments, where ecosystems are already heavily disrupted, these dynamics are amplified. Habitat fragmentation, reduced biodiversity, and constant disturbances make it more difficult to achieve stable new equilibria. Therefore, managing alien insects requires a systemic approach rather than simple containment.

Ultimately, “invisible biological warfare” is a struggle for ecological space. It is not merely about eliminating unwanted species, but about understanding and managing the relationships they trigger. Only through integrated strategies—based on continuous monitoring, scientific knowledge, and targeted interventions—can we prevent this silent war from causing irreversible biodiversity loss.


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